LA RINASCITA DI KUCHI ABAD, VILLAGGIO DEL RITORNO DALL'ESILIO

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LA RINASCITA DI KUCHI ABAD, VILLAGGIO DEL RITORNO DALL'ESILIO

13 Set 2012

Sembrava strano che un posto così lontano dai sobborghi a sud di Kabul potesse diventare il motivo di rinnovati scontri tra comunità. A Kuchi - Abad c’era chi se n’era andato al culmine della guerra contro i sovietici, o quella tra i signori della guerra… e c’era chi invece si era riversato nella capitale, nella speranza di trovare sicurezza e migliori opportunità.

Tra quelli che avevano cercato rifugio fuori dal paese (alcuni erano lontani da casa da  almeno trent’anni) molti si erano fermati a un certo punto nel campo di Jelozai, alla periferia di Peshawar, almeno durante gli ultimi anni del loro esilio.

A Jelozai, una vasta pianura ricoperta di rifugi di fortuna, bruciata da un sole senza radici per la maggior parte dell’anno, si sentiva la mancanza dello spirito degli altipiani atavici della zona a sud di Kabul.

Quando vi fecero ritorno, trovarono che le comunità circostanti  avevano occupato e annesso la loro ancestrale terra natia. Scoppiò il conflitto, un piccolo braccio armato entrò nella disputa, fino a quando la voce della legge costituzionale entrò in gioco e una corte diede l’indiscusso diritto di occupazione a coloro che avevano i certificati di proprietà più vecchi.  Così questo divenne un luogo di reinserimento per quelli che erano stati per tanto tempo in esilio.
Era necessario un profondo lavoro di ricostruzione e per il luogo e per la popolazione stessa.  La popolazione è Pashtun, ma appartiene a un piccolo sottogruppo chiamato Kuchis che ancora oggi vive come nomade,  prevalentemente nella zona a sud del Balochistan. In realtà il significato della parola Kuchi è simile a quello di zingaroLetteralmente, Kuchi Abad potrebbe essere tradotto come campo nomadi.

L’UNHCR ha supportato il reinserimento, INTERSOS porta avanti una campagna di sensibilizzazione sull’igiene e la sanità tra le persone che hanno sempre vissuto lontano dal concetto di pulizia così come lo intendiamo noi.

Per esempio, prima dell’intervento della campagna di INTERSOS, nessuna delle persone incontrate aveva l’abitudine di lavarsi le mani col sapone nelle circostanze critiche (dopo essere andati in bagno, prima di toccare il cibo).  Nel corso degli ultimi due mesi una dozzina di bambini è morta per complicazioni in casi di diarrea acuta direttamente collegati alla scarsa conoscenza dei principi base dell’igiene.

Questo fatto rivela la portata del grande lavoro che c’è da fare. Inoltre, INTERSOS si consulta con gli anziani e con le autorità locali per rafforzare la partecipazione della comunità e l’interiorizzazione del messaggio che la campagna lancia,  in generale, per avere la garanzia di una adeguata diffusione del messaggio.  Ciò offre tra l’altro la possibilità di monitorare dall’interno il miglioramento delle pratiche igieniche e sanitarie. E già dopo due mesi di campagna porta a porta stiamo assistendo a un aumento dell’uso del sapone all’interno delle comunità.

Una cosa è certa, la campagna di sensibilizzazione diffusa da INTERSOS ha toccato le menti delle persone di Kochi Abad e la loro reazione è molto positiva. Alcuni cambiamenti di comportamento si stanno verificando, come l’abitudine di lavarsi le mani con il sapone nei momenti importanti o l’uso delle latrine al posto della defecazione all’aperto, o come la consapevolezza dell’importanza dell’igiene ambientale per se stessi e per i bambini invece che l’abbandono dei rifiuti al vento o a pericolosi animali selvaggi.

Sebbene sia presto per misurare effettivamente quanto profondo questo cambiamento comportamentale possa diventare,  ci sono i segni che questa nuova consapevolezza sta mettendo le radici nella mente delle persone e che concetti che erano percepiti così lontani stanno diventando pratica diffusa.

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