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INDICE GLOBALE DELLA FAME 2012
16 Ott 2012
L’uso insostenibile delle terre, dell’acqua e dell’energia sta minacciando la sicurezza alimentare dei più poveri e più vulnerabili, secondo l’Indice Globale della Fame (Global Hunger Index - GHI) lo studio promosso in Italia da Link 2007.
Il rapporto 2012, realizzato da IFPRI, Welthungerhilfe e Concern e giunto alla quinta edizione italiana, analizza la situazione in oltre 120 Paesi, 20 dei quali hanno un Indice di Fame allarmante o estremamente allarmante; tra essi: Burundi, Eritrea, Haiti, Paesi nei quali il 50% della popolazione è denutrito.
Il GHI combina tre indicatori: la percentuale di popolazione denutrita, il tasso di mortalità infantile e la percentuale di bambini sottopeso. Sebbene l’Indice mondiale della fame scenda dai 19,8 punti del 1990 ai 14,7 del 2012, l’Africa Sub Sahariana e l’Asia Meridionale mantengono valori elevati con 22,5 e 20,7 punti.
Il rapporto 2012 si occupa di scarsità delle risorse destinate alla produzione di cibo: terra, acqua ed energia. Il suolo coltivabile è diventato un bene così prezioso che viene affittato, specie in Africa, per produrre beni destinati all’esportazione. È il cosiddetto land grabbing, l’accaparramento delle terre che negli ultimi dieci anni ha interessato una superficie pari a sette volte quella dell’Italia. La maggior parte delle acquisizione è avvenuta nei Paesi con alti livelli di denutrizione, dove la popolazione e il reddito nazionale dipendono dall’agricoltura. Il 55% dei suoli affittati viene destinato a colture per biocarburanti, sottraendo terra alla produzione di cibo. La scarsità di acqua è esacerbata dal cambiamento climatico. Alluvioni, siccità e degrado dei terreni minacciano l’agricoltura in diversi Paesi. L’aumento dei prezzi dell’energia, a sua volta, incide sugli input agricoli come fertilizzanti e sistemi di irrigazione, contribuendo a tenere alti i prezzi dei beni alimentari.
Tuttavia, il rapporto GHI 2012 ci aiuta a comprendere come la prospettiva di un mondo sempre più affamato non sia affatto ineluttabile. Sono già ampiamente disponibili strategie in grado di conciliare produttività e consumo sostenibile delle risorse anche in un contesto di cambiamento climatico.
Tali strategie richiedono però una migliore governance delle risorse naturali e degli investimenti in agricoltura, una riduzione dell’ineguaglianza tra uomini e donne (che ha effetti positivi sulla pressione demografica), una maggiore inclusione dei gruppi marginalizzati, il sostegno alle nuove Linee guida volontarie per la gestione responsabile dei diritti di proprietà applicabili alla terra, alla pesca e alle foreste del Comitato per la Sicurezza Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite e l’abbandono di sussidi alla produzione di biocarburanti e agli idrocarburi.
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